18 luglio 2011

Laugh tests

I mercati stamattina stanno clamorosamente bocciando (oltre che la manovra italiana di bilancio) la razionalità e i risultati di stress tests come quelli appena conclusi con la sostanziale assoluzione del sistema bancario europeo dalla necessità di dotarsi di mezzi propri più sostanziosi.

Da Bloomberg (Sarah Jones - Jul 18, 2011 12:49 PM GMT+0200):

"...Christopher Wheeler, a banking analyst at Mediobanca SpA in London said UniCredit, Deutsche Bank, BNP Paribas (BNP) SA, Credit Agricole SA, Societe Generale (GLE) SA, Banco Santander SA and Credit Suisse Group AG (CSGN) are among banks that may have to raise a combined total of about 62 billion euros in additional capital. All the banks passed the EBA’s tests."

Se lo dice un analista del primo azionista di Unicredit...

15 luglio 2011

Manovra all'europea, spiegata

Il governo italiano diversi mesi fa concordò con le autorità europee un programma pluriennale di consolidamento fiscale. Il piano prevede un aggiustamento complessivo, ossia una riduzione di spesa e un aumento delle entrate, di 3 punti percentuali di PIL all'anno (45 miliardi di euro circa) per un orizzonte di anni talmente lungo da essere virtualmente indefinito. Il tutto per avvicinare il rapporto debito/PIL del Paese alla soglia del 60% entro un ventennio.

Certo, non esiste governo, anzi, classe politica al mondo in grado di prendere impegni credibili per orizzonti così lunghi, ma sicuramente i primi tre-quattro anni contano qualcosa.

Eravamo a pochi mesi da elezioni amministrative e referendum come sempre decisivi per gli equilibri politici più importanti, per cui il governo preferì glissare fino a pochi giorni fa su questo piano, anticipando solo che entro luglio 2011 sarebbe stato necessario fare al massimo un "tagliando" alla manovra finanziaria dello scorso anno, che aveva messo "in sicurezza" i conti pubblici italiani.

Invece, in 2-3 settimane siamo passati dal "va tutto a gonfie vele" a un clima da Titanic, con la blindatura di una "manovra" da quasi 80 miliardi fatta di misure estremamente discutibili su molti piani (condivido pienamente il punto di vista di Michele Boldrin). Così, siamo passati dal semplice "tagliando" al rispetto quasi notarile dei numeri prefisti nell'accordo "misterioso" con Bruxelles di cui nessuno o quasi ci aveva informato.

La ragione per la quale nessuno ci aveva informato è che per quanto pomposamente e seriosamente concepiti, sia il piano di Bruxelles che la manovra sui conti pubblici non basteranno. I conti pubblici italiani sono tutt'altro che in sicurezza, perchè l'essenza della manovra è sul lato dell'aumento delle imposte e di altre entrate, e avrà quindi effetti esclusivamente recessivi. Il che renderà ancora più problematica la riduzione di deficit e debito nei prossimi anni, e ancora più vulnerabile il nostro Paese ai sussulti di avversione al rischio dei mercati finanziari.

Domanda: che Paese siamo per meritare di essere trattato in questo modo puerile?

11 luglio 2011

It's a matter of credibility, Buddy!

Nelle nostre lezioni degli ultimi anni, e su questo blog praticamente da quando è nato, abbiamo sottolineato che la debolezza strutturale della nostra economia, la sottocapitalizzazione delle nostre banche e la precarietà delle nostre finanze pubbliche rappresentano determinanti di fondo di una preoccupante vulnerabilità del nostro sistema economico.

Qualcuno, di fronte ai primi tremori della crisi 2007-2009 diceva che era meglio parlare di "turbamenti, non crisi", e aggiungeva che l'euro costituiva un solido "scudo" (vedi per esempio qui). Salvo poi scoprire che invece eravamo all'inizio del terremoto economico finanziario più rilevante degli ultimi 70 anni, e che oggi la struttura istituzionale dell'euro motiva lo scetticismo dei mercati finanziari sulla solvibilità di diversi suoi membri, Italia inclusa.

Qualcun altro, anche solo pochi giorni fa, dichiarava che le banche italiane, al contrario di quanto insinuato dalle agenzie di rating, sono solide e sane (vedi per esempio qui e qui), salvo poi constatare come i mercati, evidentemente di umore poco solidale con la nostrana declinazione di liberismo QCFC (quando ci fa comodo), la pensino diversamente.

Cosa potrebbe invertire un moto che somiglia sempre più alla spirale alla greca che i pundits casarecci hanno esorcizzato per mesi (noi non siamo come la Grecia)? Un paio di cose, di buon senso, che se fatte con la necessaria chiarezza e onestà possono restituire in tempi brevi un minimo di credibilità al nostro sistema finanziario.

Uno: governo, opposizione e Bruxelles dovrebbero riconoscere che la situazione di medio e lungo termine della nostra finanza pubblica è incompatibile con il rientro entro 20 anni al rapporto debito/PIL al 60% da tutti promesso e a cui i mercati evidentemente non credono. Basti pensare che se le stime di crescita del PIL per i prossimi quattro anni del governo si sbagliassero anche solo dello 0.5% all'anno, il rapporto passerebbe dal 120% di oggi al 130% nel 2015. Quindi, occorre tagliare significativamente la spesa pubblica, dal 2011, non dal 2014.

Due: data la loro esposizione diretta e indiretta nei confronti dei titoli di stato PIIGS e di altre attività traballanti, le banche italiane sono visibilmente sottocapitalizzate. Ergo, bisogna bloccare per diversi anni la distribuzione dei dividendi, programmare nuovi aumenti di capitale, tagliare il numero di filiali, abbassare l'esposizione a grandi imprese e individui "amici", orientare il modello di business verso la crescita organica e la trasparenza.

1 luglio 2011

Il perchè dell'outlook negativo di Standard & Poor's sull'Italia

LONDON (Standard & Poor's) July 1, 2011.

"...The negative outlook on Italy reflects Standard & Poor's view of certain downside risks to the government's debt-reduction plan over 2011-2014, and represents our belief that there is approximately a one-in-three likelihood that the ratings could be lowered within the next 24 months. In our view, these downside risks will primarily stem from weaker growth than our current assumption of average GDP growth of 1.3% during 2011-2014. In addition, we believe that extended political gridlock could contribute to fiscal slippage.
If one or a combination of these risks materializes, Italy's general government debt burden could stagnate at the current high level. In this case, we may lower the long- and short-term ratings on Italy. On the other hand, if the government manages to gather political support for the implementation of competitiveness-enhancing structural reforms, paving the way for higher economic growth and faster reduction of its debt burden, the ratings could remain at the current level."

Inflazione, questa sconosciuta

L'inflazione italiana è oggi intorno al 2.7% all'anno. Un valore elevato se si considera che la dinamica del prodotto interno lordo è pressocchè anemica. E' utile quindi dare uno sguardo al passato per capire meglio l'evoluzione ultima di un fenomeno relativamente poco dibattuto in tempi recenti.

Il grafico in basso riassume l'andamento dell'inflazione annua italiana dal 1949 al 2010 (click per ingrandire).




In un'ottica di lungo termine, si possono identificare almeno tre sviluppi importanti. Primo, l'inflazione fu molto volatile negli anni '50 e '60, quando i sindacati maturarono in una transizione dalla forza del periodo post-bellico a un certo indebolimento nel corso degli anni '50. La crescita dell'occupazione negli anni '60 aumentò la sindacalizzazione della forza lavoro, anche tra i lavoratori non specializzati. il peso di questi ultimi, alla fine degli anni '60 crebbe rispetto a quella dei lavoratori specializzati, che erano la base tradizionale dei sindacati.

Secondo, lo shock petrolifero del 1973-4 scatenò una forte accelerazione del livello dei prezzi. Al tempo stesso, L'Italia visse una forte crescita del potere sindacale, scioperi massicci e richieste diffuse di salari monetari uguali per tutti. Nel 1975 la politica monetaria diventò restrittiva in risposta alla crescenti pressioni salariali e a una bilancia dei pagamenti in forte deterioramento. La moderazione salariale tuttavia durò soltanto un paio d'anni, il che spiega perchè l'inflazione non si ridusse in misura significativa.

Alla fine, l'inflazione scese fortemente verso la fine degli anni '80, anche in seguito alle politiche aninflazionistiche intraprese in USA e UK. La disinflazione italiana coincise con un declino del potere negoziale dei sindacati, la riduzione dei meccanismi di indicizzazione salariale e lo stabilirsi di una politica dei redditi che sancì il modello di concertazione tra datori di lavoro, governo e sindacati. Una politica monetaria ancora più antinflazionistica sotto il governatorato Fazio, principalmente il risultato di una Banca d'Italia divenuta sostanzialmente indipendente dal governo, fu in larga misura responsabile per l'ammissione del paese nell'Unione Monetaria Europea.

L'esperienza dell'Italia con l'euro finora è stata caratterizzata da una dinamica della produttività particolarmente deludente. Ciò si è riflesso in una crescita economica molto lenta, ma non ha impedito al paese di registrare tassi di inflazione mediamente superiori rispetto alla media UME.

16 giugno 2011

Double dip?

In un'intervista al Wall Street Journal, Robert Shiller parla di significativi rischi di doppia recessione per l'economia americana:

14 giugno 2011

Grecia (e non solo): between a rock and a hard place

The Economist di un paio di settimane fa pubblicava un'utile tabellina (in basso, click per ingrandire) in cui si riassumevano i principali scenari che i policymakers europei fronteggiano sul caso greco. Si va dai trasferimenti da parte dei Paesi più solidi, potenzialmente risolutivi ma improponibili sul piano politico e negativi su quello del moral hazard, alla ristrutturazione bella e buona, osteggiata dalla BCE e dai costi sicuramente elevati per tutti. Ovviamente ci sono diverse opzioni intermedie.


Lo scorrere del tempo non ha sostanzialmente modificato i termini del problema, anzi, ha reso più improbabili le opzioni "soft" della parte alta della tabella, e meno remoto il rischio che al termine dell'horse trading in corso ci si ritrovi solo con l'ultimo, doloroso scenario, tra l'altro sicuramente foriero di potenti perturbazioni creditizie e finanziarie su scala planetaria. Tra l'altro, l'impressione è che si parli di Grecia, ma il vero protagonista di queste trattative sia il debito e la situazione economica degli altri paesi in terapia intensiva, come l'Irlanda e il Portogallo, con un occhio ancora più preoccupato ai veri ciclopi della situazione, ossia Spagna e Italia.

Nel frattempo, i rendimenti sul debito greco a due anni hanno superato il 25%, quelli sui titoli decennali il 17%, e S&P ha ribassato i titoli del governo di Atene al livello CCC, solo un gradino al di sopra del livello D (default), e si ritrovano oggi con il rating più basso al mondo. Difficile definire questa situazione con termini diversi da quelli di un default solo in procinto di essere riconosciuto da tutti.

Nell'anno passato, i depositi bancari in Grecia sono scesi di circa il 20%, e poichè le banche greche sono ormai incapaci di prendere in prestito attraverso il mercato repo, esse registrano un fabbisogno di circa 135 miliardi di euro (prontamente offerti dalla BCE), cioè quasi i 2/3 del totale dei depositi. Anche qui, se non la si chiama crisi bancaria o corsa agli sportelli è solo per amore degli eufemismi.

Una ristrutturazione coraggiosa del debito fatta un anno fa avrebbe comportato un haircut sui titoli greci molto meno drastico di quello che con ogni probabilità si osserverà alla fine del processo. Nel frattempo, l'economia reale del paese è in picchiata, produzione industriale (v. drammatico grafico in basso), conti con l'estero, occupazione e introiti del turismo spingono a pensare che l'attività economica non sorprenderà al rialzo, come forse i sostenitori dell'approccio muddle through (addà passà a nuttata) si aspettavano un anno fa.


Possiamo senz'altro perdonare un'imprecisione agli analisti dell'Economist, che hanno dato il titolo alla tabella pensando alla mitologia greca, ma non si sono ricordati che Scilla e Cariddi in realtà si trovano in Italia.
Oppure lo hanno fatto apposta?

10 giugno 2011

Pinocchio, il gatto e la volpe

Da Reuters di questa mattina:

"(*) UNICREDIT - I requisiti per la determinazione delle banche di interesse sistemico (Sifi) saranno pronti definitivamente per l'autunno e solo allora UniCredit farà le sue valutazioni sull'eventuale necessità di un aumento di capitale. Lo ha ribadito il presidente Dieter Rampl".

Non è evidente a tutti che Unicredit abbia bisogno di un aumento di capitale. Da questo blog più volte abbiamo detto che, in linea con l'evidenza prodotta anche da analisi pubbliche e private, l'intero sistema bancario italiano è sottocapitalizzato, e che continua ad esserlo anche dopo i recenti aumenti di capitale di alcune banche.

Il presidente del primo gruppo bancario italiano, uno dei due italiani (l'altro è Intesa-SanPaolo) che la Banca dei Regolamenti Internazionali, la BCE e tutti gli altri organismi internazionali di regolamentazione definiscono da anni di rilevanza sistemica, dice di dover aspettare l'autunno per sapere se effettivamente la sua banca è di interesse sistemico, e soprattutto ha davvero bisogno di ricapitalizzarsi.

Il titolo Unicredit negli ultimi sei mesi ha perso circa il 14% e oggi vale 1.49 euro, meno di un quarto rispetto ai 6.42 euro di quattro anni fa.

Gli investitori sembrano avere idee molto più chiare di quelle di Rampl.

6 giugno 2011

Ripresa economica: hard facts from Lucas

Dopo una pausa dovuta a impegni di lavoro e frequenti viaggi all'estero, torno alla carica con un suggerimento di lettura.

Come hanno mostrato i dati diffusi nelle ultime settimane, la congiuntura americana mostra segni di preoccupante debolezza. Una vera ripresa delle economie dei paesi occidentali (Italia a parte, perchè soffre di problematiche strutturali più complesse) ci sarà solo quando si assisterà a una significativa inversione nella spesa per investimenti da parte delle imprese e in consumi da parte di individui e famiglie, chiaramente di là da venire.

Robert Lucas, premio Nobel per l'economia e grande innovatore in molteplici aree, dalla macroeconomia alla crescita, ha riassunto in una sua recente lezione il proprio pensiero sulla crisi 2007-201? (proprio così...) e i paralleli con la crisi dei primi anni '30 del secolo scorso. Imperdibile compendio di spunti, lo trovate sintetizzato nei lucidi della lezione.