6 aprile 2011

Un azionista pubblico per curare la miopia dei mercati? No, grazie

In un articolo del Sole 24 Ore del 1° aprile, Donato Masciandaro parte dall’accusa alle autorità europee e ai mercati di miopia nei confronti delle banche italiane. La miopia delle autorità starebbe nella loro scelta di stress test pubblici: “ben vengano gli stress test … ma essi devono rimanere un patrimonio informativo delle autorità di controllo”. La miopia dei mercati starebbe nel loro orizzonte di valutazione troppo corto e che “punisce le banche –come le nostre- che non possono far ricorso alla finanza facile.” Dalla diagnosi, l’articolo passa poi alla cura. Per evitare danni a un’industria bancaria nazionale definita “sana e stabile” è necessario rimuovere almeno la miopia dei mercati e “da questo punto di vista l’ipotesi di un fondo strategico dello stato italiano, disegnato con garanzia d’indipendenza e accountability, potrebbe essere uno strumento efficace.”

Il suggerimento di non rendere noti i risultati degli stress test non ha fondamento. La crisi che viviamo è profonda e duratura sia per la serietà dei precedenti errori strategici di molte istituzioni private e pubbliche sia perché, scoppiata la crisi, è sistematicamente rimasto un grande divario tra l’informazione che i mercati pretendevano di avere per funzionare al meglio e quella che invece era via via disponibile.

Ricordiamo alcuni interrogativi posti dai mercati e che hanno scandito e ancora stanno significativamente scandendo la crisi. Quanto grande può essere il ciclo dei prezzi degli immobili? Quale sarebbe il valore di realizzo dei titoli tossici? Quanto rischio è stato portato fuori dalle banche piuttosto che semplicemente spostato in veicoli nei confronti dei quali le banche sono comunque responsabili? Sull’interbancario, quanto una banca si può fidare di un’altra? Dopo il QE2 ci sarà un QE3? In ogni caso, quando tutte le banche centrali cominceranno a smobilizzare le valanghe di titoli acquistati, rimettendo così in circolo l’enorme rischio di credito di cui, per la prima volta nella storia, si sono fatte carico? Quali saranno le modalità di conduzione delle politiche monetarie del prossimo decennio? Quale sarà il peso assegnato agli obiettivi della stabilità monetaria e della stabilità finanziaria? Si recupererà la distinzione tra politiche fiscali e politiche monetarie? E che dire del rischio sovrano che minaccia sempre più di sfociare in default? Quanto sarebbe l’haircut necessario a stabilizzare il debito pubblico di almeno 3-4 Paesi? E quanto costerebbe ai privati da un lato e alle banche dall’altro?

Fermiamoci a quest’ultima domanda perché essa porta direttamente alla prima accusa di miopia mossa da Masciandaro alle autorità, ree di volere gli stress test pubblici. L’appena ricordata e specifica natura della crisi in atto e le risposte date nel corso della stessa alla pubblicazione dei risultati degli stress test già condotti tanto negli USA quanto in Europa ci portano a essere in totale disaccordo con quell’accusa. Oggi, gli stress test pubblici costituiscono una risposta dovuta alla giusta pretesa dei mercati di avere informazione adeguata sulle possibili dinamiche dei bilanci delle singole banche, comprese le nostre. Perché mai si dovrebbero fare i test e poi rinchiuderne i risultati nelle casseforti degli organi di vigilanza? Questi già sanno come stanno le singole banche e già dispongono di informazione riservata. Sono i mercati a pretendere legittimamente di sapere, e in questa fase di sapere soprattutto come le banche uscirebbero da una sempre più probabile ristrutturazione dei debiti pubblici. Se le cose così non fossero, perché i precedenti test, che pur hanno promosso tutti, sono stati seguiti da una discesa delle quotazioni dei titoli bancari? Si è avuto conferma che in questi contesti l’assenza di informazione viene trattata come informazione negativa e l’informazione va data ai mercati proprio per fare sì che essi non penalizzino anche le banche “sane e stabili”.

Questo porta alla tesi di Masciandaro della miopia dei mercati, che pure non condividiamo. Primo, se avessimo proprio a che fare con banche che sono “sane e stabili” oggi e in prospettiva, perché mai le autorità di vigilanza nazionali e internazionali (Banca d’Italia e BRI) chiederebbero loro consistenti ricapitalizzazioni? Secondo, il perspicace Andrew Haldane, responsabile della stabilità finanziaria per la Bank of England, ha recentemente dimostrato che i mercati iniziavano già nel 2002 a distinguere in termini di quotazioni tra le banche solide e quelle che cinque/sei anni dopo sarebbero state squassate da profonde crisi. Per cui, lungi dall’essere miopi, i mercati hanno la vista lunga; e più lunga anche di quella degli stessi regolatori, che fino al fallimento Lehman imponevano alle prime dei requisiti di capitale più elevati di quelli delle seconde!

Veniamo ora alla cura proposta, e quindi alla simpatia espressa da Masciandaro per il fondo strategico pubblico di investimento nelle banche di cui si parla in Italia. Anche su questo siamo in assoluto disaccordo. Delle due l’una. Se i mercati non sono miopi, non c’è bisogno di cura; se invece i mercati sono miopi, allora è pensabile che la politica italiana –che per antonomasia è miopia pura- sia in grado di rimediare al problema? L’operazione Alitalia di ieri o Parmalat di domani fanno forse pensare a una politica in grado di dare lezioni di lungimiranza ai mercati?

Per sintetizzare la nostra critica, immaginiamo di vivere in un mondo alla Masciandaro e di stare valutando il fascicolo di un possibile investimento in azioni bancarie. Ebbene, da un lato non conosceremmo i risultati degli stress test condotti sulle banche e dall’altro sapremmo che c’è un grosso azionista che risponde alle logiche della politica. Il fascicolo finirebbe subito non sullo scaffale, ma nel cestino.

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